Cucina e Cultura del Territorio
Le parole dei cantautori, come quelle dei poeti, riescono sempre a sintetizzare una visione, un modo di pensare alla vita, alla propria esistenza. Persino per capire il cibo, o addirittura per parlare di ristorazione, esse ci vengono incontro. Come in questo caso, dove, per presentare una specie di sogno denominato SlowCooking, ho utilizzato un brano di una canzone, una suggestione mentale che recita così: “un uomo è quello che mangia ma anche i sogni che si porta nel cuore”. Come del resto, poesia a parte, un cuoco è quello che cucina ma, particolarmente, è quello che si porta nella sua memoria, nel retrogusto storico del suo palato, delle sue esperienze e, perché no, dentro il cuore e nei ricordi della sua geografia emozionale. Ecco che allora un progetto come quello di SlowCooking, una sorta di modello di design gastronomico, una vera e propria rete di relazioni e di scambi costruita sul campo, può trasformarsi in un caso virtuoso contaminante e contaminabile. A un punto tale, di arrivare ad agire dentro, e per un territorio, in forma attiva e propositiva, aggregante, e, in particolare, con una metodologia d’azione strategica, in grado di determinare connessioni, tra nuovi e antichi mestieri. Una lungimiranza cucinaria, questa ideata dai cuochi di SlowCooking, che nasce dalla condivisione dello stesso modello di gastronomia, di convivialità, dal medesimo concetto di semplicità, di valorizzazione delle materie prime, di rispetto pragmatico verso coloro che lavorano la terra, dall’amore verso il proprio territorio.
Potrà apparire, la loro, una ricetta semplice, per alcuni. Ma di quella “semplicità difficile a farsi”, che richiede professionalità, ma soprattutto tanta passione, ottimismo, capacità di ascolto, apertura e gioco di squadra. Il tutto, amalgamato al dialogo con i consumatori che, non dimentichiamolo, nel pieno di una crisi economica, sempre di più si trasformeranno in consum-attori, in protagonisti consapevoli dell’alimentazione, del proprio piacere, della propria salute e dei propri consumi.
SlowCooking, quindi, come un movimento d’ idee, che dal particolare, dalla dimensione locale, riesce a interagire con il globale, in modo dinamico, curioso, per certi versi didattico, non elitario, ma popolare, mai populistico.
SlowCooking come animatore di un territorio, come esempio di “saper fare” collettivo, capace di lasciare dei segni originali, d’ incrementare fattivamente le economie locali, per una visione olistica della ristorazione e del mestiere di cuoco.
Quando quattro anni fa nacque quest’idea pensai a una casa comune delle culture alimentari e materiali, a un laboratorio dove il cibo fosse qualcosa che divenisse, che si costruisse, nel rispetto del tempo e dei luoghi. Oggi, SlowCooking è divenuto qualcosa di più. E’ un “si può fare” mutato in Progetto, un “atto agricolo” trasformato in atto gastronomico, buono da mangiare, ma soprattutto buono da pensare.
Giacomo Mojoli – marzo ‘2009
